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Ritengo che il lavoro dello psicologo sia quello di cercare il più possibile di tenere la giusta andatura, modulando la propria presenza a seconda dei bisogni della persona che chiede aiuto.

Vi spiego il mio punto di vista.

Le radici della sofferenza emotiva sono anche e soprattutto esistenziali e non soltanto cliniche. Sono le esperienze, le storie di vita, e il nostro modo di interpretarle e leggerle, che indirizzano verso un maggiore o minore benessere ed equilibrio. Ognuno di noi ha una storia di vita, i pazienti e gli psicologi, e questo può nella  relazione e nell’ascolto dell’altro accorciare le distanze e promuovere una sintonia tra chi richiede aiuto e chi lo offre.

Se si intende la sofferenza in tal senso, guarire significa quindi imparare ad accettare la propria storia di vite e convivere con i suoi strascichi. Le esperienze impresse nella nostra memoria non si cancellano. Non resta che rielaborarle, vederle con altri occhi e sentirle come ciò che è stato e non come ciò che è e sarà.

Nel lavoro con i pazienti dedico  molto spazio alla raccolta della storia di vita, intesa non tanto come una delle tante cartelle cliniche, ma come La  Biografia  della persona in relazione al suo mondo. Invitare chi si rivolge per un consulenza psicologica ad usufruire di uno spazio per raccontare di sé rappresenta la possibilità di imparare ad accettare  il proprio passato, tollerare il presente e costruire il futuro.

Promuovere il racconto di sé e della propria storia di vita è, nel mio lavoro con i pazienti, una parte fondamentale. Ascoltare, senza giudicare, in alcuni casi allungando il passo per calarsi nel ruolo di guida che orienta e sostiene, altre volte rallentando per camminare a fianco della persona e favorire l’autonomia, la scoperta, l’iniziativa.