Le tipologie di organizzazione cognitiva

Ciascuna organizzazione cognitiva si riferisce ad un nucleo organizzativo centrale che tende a mantenere una relativa stabilità nel tempo, quantomeno nelle sue caratteristiche essenziali, e che riguarda lo stile di regolazione emozionale e, conseguentemente, i principi che regolano le modalità di rapporto con sé e con gli altri, i temi di vita e i modi del cambiamento e dell’adattamento agli eventi e al mutare delle situazioni di vita.

Sono state finora distinte quattro principali configurazioni di organizzazione del significato personale: la organizzazione psicosomatica, la organizzazione fobica, la organizzazione ossessiva e la organizzazione depressiva.

Inizialmente, il modello era stato elaborato soprattutto sulla base dell’osservazione di condizioni psicopatologiche, e si parlava di “organizzazioni cognitive” per descrivere i tipici stili cognitivi riscontrabili in determinati tipi di pazienti. In seguito, l’approccio teorico è andato progressivamente focalizzandosi sempre più sui processi di costruzione dell’identità e di regolazione della coerenza interna, e il concetto di organizzazione cognitiva è venuto progressivamente a perdere ogni riferimento a condizioni psicopatologiche, mutandosi nel concetto di organizzazione di significato personale, che ha carattere più generale.

Anche se i nomi delle organizzazioni di significato personale hanno una connotazione patologica, perché conservano la denominazione originale delle organizzazioni cognitive dalle quali derivano, il costrutto di organizzazione di significato personale attiene più al campo delle teorie del Sé e della personalità che a quello degli studi sulla psicopatologia. Nell’ultima elaborazione del modello al termine di “organizzazione di significato personale” è stato affiancato quello di “stile di personalità”.

Un’ulteriore precisazione va fatta circa la differenza fra le diverse organizzazioni di conoscenza. Non esiste un confine netto e preciso tra di esse nella vita reale, in quanto gli individui presentano più spesso una organizzazione mista, in cui una modalità prevale solo in parte su un’altra (Reda, 1986). Tale configurazione cognitiva deriva dal fatto che, nelle varie fasi di sviluppo, non si verificano unicamente modalità di reciprocità che indirizzano la conoscenza verso una sola direzione (Ibidem).

 

L’organizzazione cognitiva  di tipo depressivo

Inadeguatezza personale e solitudine sono i sentimenti che più rappresentano questo tipo di organizzazione della conoscenza. L’individuo, infatti, percepisce se stesso come incapace di ricevere amore e considerazione dalle figure significative, con le quali intrattiene spesso delle relazioni che alla fine risultano essere fallimentari.

La costruzione della rappresentazione di sé e della realtà, tipica di questa tipologia di organizzazione cognitiva, si rifà ad esperienze di attaccamento nelle quali le continue richieste di accadimento e conforto ottengono costantemente risposte di indifferenza e di non ascolto. Il pattern di attaccamento che risponde a tali esperienze negative è quello evitante, caratterizzato da una relazione bambino-madre fredda e distanziante, quasi come se il bambino non venisse accettato dai genitori. Il bambino arriva addirittura ad imparare a non recare più alcun disturbo ai genitori.

Esperienze di questo tipo, di non accettazione all’interno dell’ambito familiare, di allontanamento da parte della madre o addirittura di perdita di essa, predispongono il bambino ad avere un’immagine di sé negativa, causa diretta della situazione che sta vivendo. Ne consegue che, nella ricerca delle relazioni con gli altri, l’individuo cerchi costantemente di nascondere i propri aspetti peggiori, per guadagnare l’affetto altrui. Gli stati interni e gli eventi considerati negativi vengono così, sottratti alla propria attenzione e comunicazione, dando origine a atteggiamenti di dissimulazione e di inganno.

Se non si verificano esperienze opposte a quelle sopra descritte, che siano in grado di modificare la concezione di sé e del mondo, si rafforza la convinzione che per mantenere vivo l’interesse degli altri su di sé sia necessario mettere in atto determinate strategie di adattamento. Questo vuol dire continuare a presentare, agli altri considerati significativi, solo i propri aspetti positivi, o comunque quelli che sembrano assumere maggior valore ai loro occhi.

La paura del fallimento è sempre in agguato, conducendo allo sviluppo di un particolare atteggiamento noto come autosufficienza compulsiva, che consiste nella certezza di poter contare solo sulle proprie forze per affrontare gli ostacoli della vita. Il non aver sperimentato alcun aiuto e conforto dalle figure di attaccamento non produce solo il comportamento descritto sopra, ma conduce all’eccessivo desiderio di fornire cura agli altri, fino a giungere ad una totale inversione del rapporto di attaccamento.

L’individuo con un’organizzazione di personalità di tipo depressiva mette in atto due particolari strategie di difesa, che impediscono, tra l’altro, la costruzione di relazioni cooperative: l’evitamento di qualsiasi relazione competitiva o l’eccessivo spirito agonistico ed aggressivo nell’affrontare le competizioni.

Nel caso dell’organizzazione depressiva di personalità, lo scompenso si verifica in seguito a vissuti di perdita, reali o simbolici, percepite in stretta connessione alle aree del fallimento, della delusione, dell’abbandono e del rifiuto.

 

L’organizzazione cognitiva di tipo fobico

L’organizzazione fobica viene a crearsi all’interno di relazioni di reciprocità con figure di attaccamento rappresentate da genitori iperprotettivi e controllanti, che tendono a trasmettere messaggi di pericolo esterno, di debolezza-vulnerabilità del bambino, e che male tollerano la manifestazione delle emozioni da parte del bambino stesso. Il bambino che cresce in un ambiente di questo tipo tende, così, a costruirsi un’immagine di sé come debole e vulnerabile. Da qui, nasce la necessità di:

 

  • controllare i pericoli, sia quelli rappresentati dalle forti emozioni, verso le quali il soggetto ha poca dimestichezza, e che vengono controllate, attraverso l’evitamento di sensazioni nuove o improvvise;
  • limitare i cambiamenti e le modifiche nella propria nicchia ecologica, sia quelli provenienti dal mondo esterno che dal mondo interno;
  • assumere un atteggiamento di leadership nei rapporti interpersonali e del “don giovanni” nelle relazioni sentimentali.

 

Il bambino sentirà, da un lato, la necessità fisiologica di esplorare l’ambiente, allontanandosi dalla figura di attaccamento, dall’altra, però, percependo il mondo come pericoloso e sé come soggetto debole, tenderà a non allontanarsi troppo dalla figura d’attaccamento, rinunciando così ad esplorare.

Così, anche nell’adulto, si verifica l’oscillare fra due dimensioni essenziali, sicurezza e libertà: la predominanza della sicurezza porta a sentimenti di costrizione. Mentre la predominanza della libertà viene invece percepita come solitudine. In entrambi i casi, il mancato raggiungimento di un equilibrio fra le due dimensioni comporta sofferenza per il soggetto.

In questo senso gli eventi critici scatenanti uno scompenso per una persona con tratti organizzativi fobici sono quelli in cui essa percepisce costrizione (un legame affettivo poco soddisfacente, vissuto come non modificabile) o senso di solitudine intollerabile (rottura di un legame affettivo) che attivano la sequela sintomatologica e, di conseguenza, attivando la reazione neurovegetativa di allarme.

 

 L’organizzazione cognitiva di tipo ossessivo

Il tipo di relazione che una persona con questo tipo di organizzazione ha avuto con i genitori si fa ricondurre sia all’attaccamento evitante (pattern A), sia all’attaccamento ambivalente (pattern C). Mentre nel primo caso le figure di attaccamento tendono a respingere o ignorare la richiesta di vicinanza del bambino, utilizzando atteggiamenti spesso rigidi e poveri di espressività, nella seconda situazione relazionale, le madri risultano imprevedibili nei loro comportamenti, oltre che ipercontrollanti e intrusive circa tutto ciò che può riguardare il proprio bambino.

Nel bambino si costituisce un’immagine di sé ambivalente e totalmente contraddittoria: da un parte vi è un Sé degno di attenzione, dall’altra, il Sé viene rappresentato come immeritevole di risposte affettuose nei momenti critici.

I genitori, apparentemente affiatati, sembrano invece non comunicare tra di loro, anzi la loro attenzione si rivolge al bambino, al quale vengono imposte una serie di prescrizioni circa la vita sociale e affettiva, che proibiscono l’espressione delle emozioni, se non addirittura la percezioni di esse. Se i comportamenti emotivi e spontanei vengono inibiti, quelli razionali e riflessivi vengono premiati, dando luogo alla costruzione di legami affettivamente freddi. I vissuti emotivi rimangono, così, ad un livello tacito di consapevolezza, con una predilezione del pensiero e delle capacità linguistiche, in quanto più facilmente controllabili e promotrici di scelte più sicure e certe. In particolare, la logica di pensiero, tipica di questi individui, segue la legge del tutto o nulla, essendo essa organizzata in categorie opposte, positive o negative.

A proposito di emozioni, il disgusto è quella maggiormente provata da questa tipologia di individui, più che da quelli che rientrano nelle altre organizzazioni di personalità. Mancini (1995) ha messo in luce come il contatto con la sostanza disgustosa comporta necessariamente per l’ossessivo un disgusto per sé stesso.

Nell’individuo con organizzazione di personalità ossessiva si manifestano caparbietà, ipercriticismo e tendenza esasperata all’ordine e alla pulizia. Sono spesso persone facilmente irritabili e vendicative, sin nell’infanzia con i genitori e i fratelli, ma anche in età adulta, anche se tale tipo di reazioni, così come i pensieri ripetitivi e i rituali, mascherano un bisogno intimo di considerazione, di accettazione e di affetto, essendo inclini ad esperire vissuti di solitudine e abbandono.

I comportamenti ossessivi possono essere spiegati grazie all’esigenza degli individui con questo tipo di organizzazione di primeggiare su tutto e tutti, un bisogno che si realizza attraverso un atteggiamento perfezionistico, secondo il quale gli errori non sono ammissibili. Da qui deriva la cura spasmodica per i dettagli, a scapito di una visione globale della realtà, che si manifesta poi nell’incapacità di saper distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Così come le figure di attaccamento, anche le persone con tale configurazione di organizzazione cognitiva necessitano di avere un controllo sugli eventi, affinché possa essere eliminata qualsiasi possibilità che si presentino fenomeni imprevisti. Vengono messi in atto, allora, una serie di rituali, con funzione anticipatoria, che permettano di ottenere il controllo assoluto, ma che allo stesso tempo accrescono i dubbi e le incertezze.

Nell’ossessivo, lo scompenso si verifica quando egli prova delle emozioni così intense e forti da credere di non riuscire a controllarle. Solitamente ciò accade nei periodi della vita in cui si rende necessario prendere delle decisioni o effettuare una scelta importante. Comportamenti impulsivi e ruminazioni sono i sintomi di tale destabilizzazione, ed hanno la funzione di “controllare e circoscrivere il senso di negatività da cui ci si sente pervasi”.

 

L’organizzazione cognitiva di tipo psicosomatico

La persona con questo tipo di organizzazione presenta una struttura lassa del sistema, ovvero costruzioni fluttuanti e difficilmente invalidabili, che si esprime in difficoltà a decodificare il mondo e se stessi e nella tendenza a costruire in modo “fantastico”. La probabilità di incorrere in esperienze di falsificazione sono numerose, conducendo l’individuo verso continue esperienze di delusione.

Per quanto riguarda le esperienze precoci con le figure di attaccamento, il comportamento genitoriale di accudimento risulta incerto e confuso, caratterizzato da una scarsità di contatti fisici e assenza di manifestazioni affettive.

Si evidenziano, inoltre, modi di agire nei confronti del bambino eccessivamente intrusivi e privi di sintonia.

La tendenza della madre ad assegnare costantemente un proprio significato ai bisogni primari (ad es.: fame-sazietà, caldo-freddo), indipendentemente dai segnali che invia e dai suoi reali bisogni, sviluppa nell’individuo una destabilizzante sensazione di inadeguatezza rispetto alle proprie capacità di riconoscere i propri stati interni. Tale situazione rivela una mancanza di reale contatto comunicativo genitori-figli.

Nella mente del bambino avviene una ridefinizione delle emozioni, in modo tale che esse siano coerenti con i pattern familiari formali, ai quali gli è richiesto, implicitamente o meno, di adeguarsi.

Nella personalità psicosomatica, mentre la madre si presenta come figura dominante, sempre attenta all’aspetto fisico, al quale attribuisce un grande valore, e in continua competizione con la figlia, il padre assume un ruolo importante nella strutturazione di questa tipologia di organizzazione cognitiva. Questi, usualmente percepito nell’infanzia come figura forte, significativa e punto di riferimento, diviene, nell’adolescenza, fonte di delusione. La bambina, alla ricerca di un contatto fisico con il padre, si sente da lui rifiutata. Si aggiunge, inoltre, il riconoscimento, da parte dell’adolescente, della debolezza della figura paterna, nei primi anni di vita spesso idealizzata, e sopraggiunge anche una difficoltà di accettare l’alleanza di questi con la madre.

La costruzione dell’identità che ne deriva è vaga, ambigua, indefinita. È presente un’incapacità di riconoscere i propri segnali biologici di fame-sazietà, spesso confusi con segnali emozionali. La percezione dei cambiamenti di peso risulta essere irrealistica e alterata, in quanto tali persone tendono ad avere un’immagine del sé corporeo come obeso e a percepirsi sempre in eccesso ponderale.

Il corpo sembra essere qualcosa che non appartiene a se stessi, ma è percepito come qualcosa di alieno, estraneo, al quale spesso vengono dati giudizi eccessivamente negativi.

Gli psicosomatici sono incapaci di costruire se stessi e il mondo, e hanno difficoltà nel decodificare sia i propri stati interni, sensazioni ed emozioni, sia i comportamenti e i sentimenti altrui, originando costruzioni vaghe e fantastiche.

Le situazioni che provocano turbolenza emotiva, in questa organizzazione, sono quelle che implicano la formulazione di giudizi.

L’insicurezza che caratterizza l’immagine di sé e la ricerca continua di conferme, fa si che l’attenzione selettiva si concentri sugli atteggiamenti e sulle considerazioni delle persone che appaiono più sicure e meritevoli di successo. Da esse possono derivare, però, sia le sospirate approvazioni, che le temute disconferme, provocando continue oscillazioni che generano confusione e ansia.

Le persone che sembrano gratificanti, però, vengono messe alla prova per vedere se effettivamente possono essere comprensivi nei confronti degli psicosomatici. Si struttura, perciò, una modalità particolarmente contorta nella gestione dei rapporti affettivi, che si esprime nella ricerca esasperata del vero amore, oppure nella convinzione di rimanere costantemente delusi.

Questa modalità può essere fatta risalire alla continua ambiguità dell’ecosistema in cui la propria complessità si è organizzata: un rapporto di reciprocità contrastato e deludente con la figura paterna, un senso di confusione nell’ambito della propria amabilità personale e una grossa sfiducia nei rapporti affettivi sono le esperienze che dipingono le prime fasi di vita degli psicosomatici. Ciò conduce ad evitare di coinvolgersi con chiunque non dia la massima sicurezza di amore. Un amore che si ricerca nel partner sottoponendolo ad una serie di messe alla prova in cui si richiede comprensione, fiducia e sincerità al di là delle umane possibilità. È come se si attuasse un controllo mentale sul partner, per essere sicuri di quello che prova o pensa, in quanto il suo giudizio è fondamentale per la definizione della propria identità personale.

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