Le reazioni di stress a seguito della diagnosi di malattia

Il termine stress viene utilizzato per la prima volta nel 1936 in ambito medico dallo studioso Selye che sottolinea l’importanza del ruolo dell’ambiente esterno nel determinare l’esperienza dello stress. Secondo il modello dello stress fisiologico proposto dal medico canadese, l’organismo, quando si trova di fronte ad un evento stressante o stressor, si mobilita al fine di raggiungere la condizione precedente, ristabilendo l’equilibrio. La risposta dell’organismo è aspecifica: essa non dipende dalla natura dello stimolo stressante, fisica, chimica o psichica che sia, bensì la reazione di adattamento sarà sempre la stessa ed avverrà ogni volta secondo una sequenza di fasi ben precisa. In quest’ottica lo stress, trattandosi di una risposta di adattamento dell’individuo alle modificazioni dell’ambiente, non possiede, quindi, alcuna valenza negativa.
Con il passare degli anni le definizioni e i modelli dello stress sono cambiati, diventando sempre più complessi. Superato lo schema meccanicistico e fisiologico elaborato da Selye, perché non attento ai fattori soggettivi che intervengono nella risposta allo stress, negli anni ’70 viene proposta una teoria che assegna il giusto ruolo alla sfera psichica nelle risposte ormonali. Lo stress viene qui concepito come un processo plurifattoriale, all’interno del quale agiscono e interagiscono aspetti cognitivi, affettivi, sensoriali, fisiologici e comportamentali. Uno stimolo sarà tanto più stressante quanto più sopraggiungerà in maniera improvvisa, provocando emozioni più forti nell’individuo.
Diversamente da quanto postulato inizialmente, diventa chiaro come le reazioni ad uno stesso evento stressante possano presentarsi negli esseri umani in maniera totalmente diversa, sia per qualità che intensità. Di conseguenza l’individuo non rimane passivo in presenza di uno stimolo esterno, ma reagisce attivamente mediante una valutazione cognitiva, che gli permette di attribuire allo stressor una valenza, un significato, da cui deriverà la reazione allo stress più o meno intensa. Viene riconosciuto quindi il legame imprescindibile tra l’ambiente e la persona, tra le richieste del mondo esterno e le nostre continue e necessarie azioni verso l’adattamento.
In psiconcologia, la reazione dell’individuo alla diagnosi di malattia neoplastica è molto complessa, soprattutto se si pensa al significato culturale, di morte, perdita, sofferenza e degenerazione che il cancro assume nell’immaginario collettivo e nelle rappresentazioni personali. Si verificano ripercussioni sfavorevoli anche sull’adattamento psicosociale alla stessa malattia, sulle complicanze psicopatologiche, sull’aderenza al piano terapeutico e, forse, sul decorso della malattia. È inutile ricordare come il cancro rappresenti per l’individuo che ne è colpito un evento particolarmente significativo, generando in esso atteggiamenti reattivi in correlazione a:

  • il significato di minaccia esistenziale della malattia;
  • le conseguenze psicosociali che ne derivano (ad esempio, perdita del lavoro o cambiamenti nel nucleo familiare);
  • le conseguenze del processo morboso;
  • il trattamento e gli effetti collaterali associati.

 

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